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Italicum, la Consulta ha deciso; ecco cosa possono inventarsi ora i parlamentari per portare acqua al loro mulino

Аutore:idontknow Data:20-03-2017, 10:41
Italicum, la Consulta ha deciso; ecco cosa possono inventarsi ora i parlamentari per portare acqua al loro mulino

Beppe Grillo, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi (Reuters)

Il sipario è aperto, il pubblico si prepara già ad assistere ad uno spettacolo che, in base alle previsioni, mostrerà ancora una volta la maschera peggiore della politica. Da oggi, ancor prima che dalla Consulta arrivino le motivazioni alla base della sentenza con la quale i giudici hanno riscritto l’Italicum (bocciando il ballottaggio, salvando premio di maggioranza e capilista bloccati e modificando il meccanismo delle candidature plurime), politici e parlamentari si preparano già ad affrontare la battaglia campale che si terrà in Parlamento in prospettiva di ormai probabili elezioni anticipate.

La legge elettorale fuoriuscita dal Palazzo della Consulta è un proporzionale con premio di maggioranza, ma soprattutto, come sottolineato dagli stessi giudici, è “immediatamente applicabile”. Almeno alla Camera, dato che per il Senato, la legge elettorale in vigore è il Consultellum, anch’essa scritta dall’Alta Corte dopo la dichiarazione di incostituzionalità del Porcellum.

A prescindere da come andrà, ci troviamo già di fronte ad una prima, palese sconfitta: quella dei legislatori, incapaci di adempiere al loro ruolo e costretti a ricorrere alla supplenza dell’organo di garanzia costituzionale per avere una legge degna di questo nome.

La sentenza della Consulta

Come detto, la legge elettorale fuoriuscita dalla Consulta è un proporzionale con premio di maggioranza attraverso il quale si potrà arrivare a 340 seggi su 617 (il 55% del totale dei seggi della Camera, che sono 630). Il suddetto premio, data l’eliminazione del ballottaggio, potrà essere conquistato solo dalla lista che al primo e unico turno, otterrà almeno il 40% dei voti (piccola nota: alle elezioni politiche questo non accade dal 1958). Rimangono le candidature plurime, ma i capilista eletti in più collegi (che saranno 100 in tutto) non avranno più la possibilità di scegliere a loro discrezione in quale di essi risultati eletti. In questi casi si procederà ad un sorteggio.

Per il resto tutto rimane com’è: i capilista saranno bloccati, mentre dal secondo eletto scatteranno le preferenze, la soglia di sbarramento è fissata al 3% (20% dei voti validi nella circoscrizione per le minoranze linguistiche nelle Regioni che le prevedono). Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta faranno eccezione e voteranno in nove collegi uninominali. A livello nazionale saranno previste le quote rosa: nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50% e all’interno delle singole liste nessun genere potrà essere presente per più di due volte consecutive. Se l’elettore esprimerà due preferenze, queste ultime dovranno andare a candidati di sesso diverso, pena la nullità della seconda.

Sentenza della Consulta: cosa ne pensano i partiti?

Già abbiamo avuto un'idea di cosa ci aspetta, i principali partiti hanno preso posizione: Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle voglio votare subito. I grillini però propongono di accompagnare il Legalicum (la definizione con la quale è stata ribattezzata la legge scaturita dalla sentenza della Consulta) con dei correttivi per il Senato. Anche il PD sembra essere d’accordo sul voto anticipato, ma prima proverà a fare un tentativo per aggiornare il Mattarellum, la legge elettorale in vigore dal 1993 al 2006 (maggioritaria con correttivi proporzionali che punta sulle coalizioni pre e non post elettorali) che non dispiace a Matteo Salvini, ma che rappresenta l’incubo di Silvio Berlusconi. Tornando agli schieramenti, Forza Italia, Sel e la minoranza dem invece frenano gli entusiasmi e sostengono il bisogno di una maggiore omogeneità tra le leggi in vigore per le due Camere.

E il Quirinale? Dopo la presa di posizione dei mesi passati, Mattarella al momento tace, attendendo le motivazioni della Corte Costituzionale che dovrebbero arrivare dopo il 15 febbraio. Il Governo Gentiloni invece si fa gli affari suoi ed evita di intervenire nella baraonda politica, consapevole che il suo destino dipenderà dalle decisioni prese in Parlamento.

Questo il riassunto della situazione attuale. In ogni caso, il dibattito sulla legge elettorale e sulle possibili, conseguenti elezioni anticipate può essere ufficialmente dichiarato aperto, nonostante il momento clou arriverà solo dopo la pubblicazione delle motivazioni.

Legge elettorale: il nodo del Senato

Ovviamente la legge elettorale fuoriuscita dalla Consulta continua ad essere valida solo per la Camera; per il Senato invece, come detto, vige ancora il Consultellum, un proporzionale puro senza premio di maggioranza, che non prevede liste bloccate (nemmeno i capilista) e con 20 collegi elettorali, uno per ogni Regione, cui si aggiunge un collegio estero. Per Palazzo Madama gli elettori possono esprimere una sola preferenza e non due.

Ci sono differenti versioni sul fatto che le due leggi valide per il Senato e per la Camera siano omogenee o meno. Per alcuni lo sono, per altri lo sono “abbastanza” ma bisogna apportare dei piccoli correttivi, per altri ancora c’è bisogno di un’armonizzazione piena.

Punto forte di quest’ultimo fronte sono le differenze esistenti tra le soglie di sbarramento previste per l’accesso alle due Camere: 3% per la Camera, 8% per il Senato, una quota quest’ultima praticamente irraggiungibile per i partiti più piccoli. Altro problema deriva dal fatto che un numero rilevante di deputati entrerà in Parlamento attraverso il meccanismo dei capilista bloccati, mentre la scelta dei senatori si baserà esclusivamente sulle preferenze. Altra differenza riguarda il premio di maggioranza: per la Camera va alla lista che su base nazionale supera il 40% dei voti; per il Senato, in base alla Costituzione, è invece previsto su base regionale e assegnato alla coalizione.

Elezioni: e se si votasse oggi? Gli scenari

Nel caso in cui si votasse oggi, senza alcuna modifica alle due diverse leggi elettorali vigenti, i rischi sarebbero molto alti. Tradotto in parole povere, quell’ingovernabilità che fino a ieri rappresentava lo spauracchio maggiore per i nostri parlamentari potrebbe diventare nuovamente una realtà concreta (e loro lo sanno benissimo, tutti).

Per quanto riguarda la Camera, ad oggi nessuna forza politica sembra in grado, senza apparentamenti vari ed eventuali, di raggiungere la soglia del 40%, necessaria per ottenere il premio di maggioranza. Non ci riuscirebbe il PD, ormai lontanissimo dal 40,8% conquistato alle Europee del 2014 e con ogni probabilità non ci riuscirebbe nemmeno il M5S, nonostante i post bellicosi pubblicati da Beppe Grillo sul suo blog. I sondaggi recenti infatti, hanno unanimemente decretato la vittoria schiacciante dei pentastellati al ballottaggio, nessuno di essi ha mai parlato di un consenso ampio al primo turno, dove i primi due partiti del Paese se la giocherebbero (quasi) ad armi pari.

L’unico modo per governare sarebbe dunque quello di porre in essere le ormai note coalizioni. In questo modo nessuno otterrebbe il premio (che va alle singole liste), ma una maggioranza traballante potrebbe comunque esserci. Passando dal generale al particolare, il PD potrebbe allearsi con Forza Italia, mentre il M5S non avrebbe altra scelta che optare per la Lega Nord, un’ipotesi che i pentastellati hanno però già scartato a priori.

Altra possibilità (assai più remota) sarebbe quella che i democratici guidati da Matteo Renzi riescano a racimolare voti a sinistra (dai progressisti di Pisapia a Sinistra Italiana) riuscendo così a raggiungere i numeri necessari per formare un Esecutivo traballante.

Per quanto riguarda il Senato, invece, per l’ennesima volta ci troveremmo davanti ad un’aula frammentata in cui il Governo si giocherebbe la salvezza ad ogni votazione.

Quindi si vota o no?

La data delle elezioni dipenderà da due domande: i parlamentari decideranno di modificare le attuali leggi elettorali? E nel caso in cui la risposta sia affermativa, come?

Nel caso in cui tutto rimanesse com’è si potrebbe votare già a giugno, come richiesto da molti. Forse potremmo rispettare la stessa tempistica anche nel caso in cui venissero applicati dei piccoli correttivi per armonizzare la normativa, anche se in questo frangente sarebbe più probabile uno slittamento all’estate. Se invece si deciderà di apportare modifiche consistenti, i tempi si allungheranno di parecchio. Per quanto riguarda quest’ultima ipotesi, se divenisse realtà, si rischierebbe di superare l’autunno, il limite massimo oltre il quale con ogni probabilità si deciderà di far arrivare la legislatura alla sua scadenza naturale, votando nella primavera del 2018.

In generale, occorre tenere in considerazione che approvare una legge elettorale non è semplice, dato che tradizionalmente i partiti tendono più a portare acqua al proprio mulino che a sedersi ad un tavolo provando a trovare il miglior sistema di voto esistente. La possibilità che tutti riescano a mettersi d’accordo, date le premesse, sembra essere pari a zero. Sia perché ognuno tenterà di proporre e di far passare la legge che assicurerà la rielezione del maggior numero di parlamentari a disposizione danneggiando parallelamente i rivali, sia perché il Parlamento continua ad essere spaccato in fazioni e fazioncine. A questo punto non ci resta che attendere ancora. L’ora X scatterà infatti con la pubblicazione delle motivazioni alla base della sentenza della Consulta arrivata il 25 gennaio.

Fonte

Тags: Italicum, Consulta, Governo, Parlamentari, Voto, Legge, Elettorale, Italicum, Porcellum, Consultellum, Legalicum

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